Arte tra impresa e accattonaggio

Colgo l’occasione di una piccola ma significativa polemica bolognese che in questi giorni sta investendo la galleria d’arte moderna cittadina, il “MAMbo”, per fare alcune considerazioni.

Di Stefano Boninsegna

La polemica riguarda la gestione della galleria, ex GAM nata nel 1975 con sede alla Fiera di Bologna nell’edificio disegnato da Cesare Pancaldi, poi spostata nell’attuale edificio storico restaurato in via Don Minzoni, ai bordi del centro storico, sperando in una sua rinascita: molti, tra cui il sottoscritto, ritengono che l’operato dell’attuale direttore Gianfranco Maraniello, difeso dal suo presidente Lorenzo Sassoli de Bianchi, sia quantomeno criticabile, visti gli scarsi risultati di pubblico ed i problemi finanziari della galleria che non sopravviverebbe senza i finanziamenti comunali e le donazioni delle istituzioni cittadine. Questo mentre il Comune di Bologna, durante il commissariamento, si trovava a fare fronte ad un buco di svariati milioni di euro e a dovere tagliare i servizio socio-assistenziali, scuole comprese.

Negli ultimi anni la voce del MAMbo non ha neppure varcato i confini della provincia di Bologna. Eventi poco conosciuti e pubblicizzati e purtroppo di scarso appeal verso il pubblico. Le esposizioni sono spesso risultate confuse, senza un filo conduttore che non fosse l’autoreferenzialità dell’opera d’arte e dell’artista e pure allestite male. Si mischia arte moderna e contemporanea facendone un’unica confusa entità temporale e stilistica che rappresenta il presente e il moderno, o meglio gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. In realtà di arte contemporanea non c’è quasi nulla. Mesi fa per fare qualcosa di accattivante si è pensato ad una mostra alquanto banale su Federico Fellini e a una noiosa mostra su Gavina sbrodolante lodi che lasciava oltretutto l’odore del sospetto di una trovata pubblicitaria ben celata. Insomma questa galleria bolognese sembra non avere nè capo nè coda.

In questi giorni, il presidente e il direttore del MAMbo hanno avuto un’idea geniale che ha suscitato un vespaio di polemiche: abolire le inaugurazioni, a loro dire troppo costose, e sostituirle con un evento pagante per tesserati annuali. Che dire? L’inaugurazione, che dovrebbe essere il culmine di una campagna pubblicitaria, si trasforma in due ore a pagamento. Siamo arrivati tanto in basso? Stiamo raschiando il fondo del barile da fare pagare i primi arrivi perchè poi si sa non arriverà più nessuno? Nel frattempo gli stipendi del personale corrono. E il Comune di Bologna è senza soldi.

Le tessere esistono in molte grandi realtà espositive italiane ed europee, ma qui la tessera, seppure innocua, diventa il simbolo della gestione elitaria della galleria e dell’autoreferenzialità di molta arte moderna lì rappresentata, arte senza pubblico, arte che si dà un prezzo da sola, sono gli artisti stessi e qualche galleria che li sostiene a decidere le quotazioni, arte che è brutta, anonima, indefinita, senza qualità dell’esecuzione e dove i contenuti le vengono spinti dentro a forza, come in uno spaventoso bignè, perchè di per sè stessa non ne avrebbe o ne avrebbe così tanti da non significare nulla.

Ma il mondo cambia, è sempre cambiato, sta cambiando. L’arte contemporanea planetaria sta procedendo su strade nuove. Lasciatasi alle spalle la grande stagione della Pop Art, reinterpretandola in mille modi e digerendola nel linguaggio pubblicitario, ora, sull’onda della cultura orientale e delle nazioni che stanno conoscendo la prosperità, assistiamo ad una rinascita dell’estetica fondata sulle buona esecuzione, sulla capacità dell’artista di comunicare attraverso il bello, attraverso la sua personale ed inimitabile conoscenza della tecnica e della realtà, sulla sua capacità unica di stupire unendo tecnica e contenuti. E così vedere al MAMbo un tronco d’albero sdraiato per terra lungo un corridoio e delle tazze del cesso multicolori appese al muro fa pensare. Fa pensare chi si diverta con simili opere dell’ingegno umano. Forse solo l’artista, ma si diverte a prenderci per i fondelli. Prende per i fondelli il pubblico, chi dovrebbe consacrare la sua arte. Ed è questa la tragedia. Un’arte senza pubblico che si loda da sola non è Arte. Ruba l’idea dell’Arte e la distrugge.

Fatta questa considerazione, leggevo una frase di Patrizio Roversi dire, più o meno, che il nuovo sindaco di Bologna doveva pensare che con la cultura ci si può mangiare. Immagino che certi direttori di gallerie abbiano immediatamente annuito. Ma Roversi non credo pensasse a loro.

La gestione oculata e concreta delle opportunità culturali incanalate in progetti imprenditoriali può diventare un’occasione di business e di ricchezza. Personalmente avverto con fastidio il continuo battere cassa di tante istituzioni pubbliche ai soldi frutto delle tasse e quindi del lavoro dei cittadini, avverto ancora più fastidio quando queste istituzioni è palese che producano poco o niente, a parte gli stipendi dei loro dirigenti, spesso pagati profumatamente. Pagati per fare opera di accattonaggio alla porta dell’assessore o del ministro di turno, naturalmente per pagarsi lo stipendio prima di tutto, non per lavorare ad un progetto che alla fine dia i suoi frutti in termini di elevazione culturale della comunità e di guadagno finanziario.

Mi chiedo perchè l’arte delle gallerie pubbliche debba essere solo un costo. Le gallerie private stanno in piedi con le loro gambe facendo compravendita e sostenendo i loro artisti. Perchè le gallerie pubbliche devono solo spendere? Le gallerie private, accanto al commercio delle opere conosciute, a volte scoprono nuovi talenti e li fanno diventare macchine da soldi. Perchè le gallerie pubbliche invece devono avere solo un ruolo passivo, il ruolo del contenitore del già visto?

Manca nella galleria pubblica la cultura del rischio, la voglia di mettere in piedi un progetto imprenditoriale innovativo misurabile in base ai suoi risultati finali. I direttori delle gallerie pubbliche mettono in scena solo dei cataloghi noiosi di cose già viste e sentite mille volte, tanto il risultato di pubblico non conta, conta solo il loro stipendio eterno a fine mese frutto della loro bravura nell’accattonaggio delle tasse dei loro concittadini che lavorano. Parassitismo.

Il modello della galleria pubblica credo dovrebbe essere, nè più nè meno, quello della galleria privata che investe e alla fine ha un ritorno economico proporzionale al successo del progetto imprenditoriale proposto. Abbandonare il modello del parassita statale, per accogliere quello dello show business. Rigettare l’accattonaggio che mortifica l’arte, per sposare la logica di impresa che la fa crescere. E’ arte, non è arte? Lo decida il pubblico. E vinca il migliore! (di Stefano Boninsegna)

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